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11/30/2015

Intervista di L’Opinione al nostro Presidente Brando Ballerini

Il sogno americano si è trasferito in Texas

di Umberto Mucci

29 novembre 2012ESTERI

Se per molti la conoscenza del Texas è rimasta alle puntate del telefilm Dallas (quello originale degli anni ‘80, non il sequel di quest’anno), vale certo la pena farci aiutare da chi lo conosce bene per scardinare questo luogo comune e raccontare un po’ questo stato che rappresenta l’avanguardia per molte positive issues che fanno dell’America il primo paese al mondo. Noi de L’Opinione abbiamo in Texas un pezzetto di cuore, e per questo ringraziamo per questa chiacchierata il presidente della Camera di Commercio italiana a Houston, Brando Ballerini.

Presidente Ballerini, qual è la storia che l’ha portata alla guida della Camera di Commercio Italiana del Texas?

Io sono originario di Piacenza. Sono arrivato in Texas nel 1998 dopo aver venduto la mia società ad un grande gruppo italiano che poi, avendo acquistato una società qui in Texas, mi ha chiesto di gestirla: in quel momento vivevo e operavo tra Perù e Brasile. Considero l’Italia mia madre e l’America mia moglie: il mio cuore è molto legato all’Italia. Ho iniziato a partecipare alla Camera di Commercio dal 2001, come socio e poi come direttore. Due anni e mezzo fa mi è stato chiesto di assumerne la presidenza: io allora ero vice presidente del Comites, il Comitato degli Italiani all’estero, dal quale mi dimisi perché c’era incompatibilità tra le due cariche in quanto il Comites approva il bilancio della Camera di Commercio. Entrambe queste due esperienze sono molto importanti, anche se ovviamente le si affronta con spirito di servizio perché non sono remunerate.

Ci dica qualcosa sulla storia e sulle attività della Camera.

Io penso che le Camere di Commercio italiane all’estero siano le istituzioni con le quali più velocemente e meglio le aziende italiane possono accedere ai mercati esteri. Ci sono tre modi per il governo italiano di supportare l’internazionalizzazione. Uno è attraverso l’attività di supporto governativo di finanziamento, in grande diminuzione; poi ci sono le attività consolari, dove per fortuna spesso abbiamo consoli giovani e in gamba che si danno molto e bene da fare (qui a Houston abbiamo avuto la fortuna di averne sempre di questo alto livello, da quando ci sono io, da Massimo Rustico a Cristiano Maggipinto all’attuale Fabrizio Nava) pur non avendo a disposizione risorse economiche altissime; poi c’è l’Ice, che ha vissuto qualche vicissitudine e oggi speriamo abbia trovato la formula ideale. La Farnesina ha giustamente incentivato le Camere di Commercio a collaborare con l’Ice, dove è presente; dove non c’è (come qui in Texas, dove l’Ice c’era ma poi ha chiuso), si riconosce alle Camere un ruolo sempre più importante, come è giusto che sia. Anche perché generalmente nella Camera di Commercio agiscono persone che da tempo hanno scelto, vivono e conoscono il territorio, e rimangono anche quando i direttori degli uffici Ice o i consoli terminano i loro mandati e vengono sostituiti dai loro successori.

Qui a Houston la Camera è stata da me modellata – sia come struttura che come attività – in funzione dei business che qui vanno per la maggiore: certamente il “Made in Italy” è molto importante, ma qui rispetto ad altre zone abbiamo la necessità di poterci interfacciare con aziende anche molto grandi che operano per esempio nel settore dei grandi appalti. Dunque diamo supporto tecnico, logistico, amministrativo e legislativo anche a grandi gruppi che hanno già una loro struttura ben attrezzata per l’estero. Abbiamo, tra soci “patron” che pagano al massimo 1.500 dollari e soci “supporting”, circa 150 associati. Per le imprese che lo necessitano, organizziamo diversi b2b tra imprese italiane e imprese texane: abbiamo una base forte a Houston più una sede a Dallas e una a Austin. Abbiamo nel nostro territorio di riferimento anche Louisiana, Oklahoma e Arkansas, e in particolare in Louisiana stiamo cercando di sviluppare business.

Si parla giustamente sempre molto delle due coste, ma il Texas è lo Stato più in crescita per Pil, popolazione, business, innovazione. Possiamo dire che per certi versi sia la nuova frontiera. Ci può descrivere questa realtà?

 

I giovani italiani devono andare all’estero, e io raccomando che vengano in America, e soprattutto nel Texas. È un posto eccezionale dove si imparano molte cose. Il Texas è al momento la realtà economica e di sviluppo migliore degli Stati Uniti: da solo sarebbe la dodicesima economia del mondo, e Houston da sola sarebbe probabilmente fra le prime venti. L’enorme aumento della popolazione qui è dovuto alla bassa tassazione, al basso costo dell’energia e al clima generalmente estremamente favorevole al business. C’è poca disoccupazione, con una rete protettiva statale per chi è fra un impiego e l’altro. Il mercato del lavoro è molto elastico e di conseguenza è facile trovare un lavoro se lo si perde. Per anni le aziende italiane hanno giustamente delocalizzato e internazionalizzato in zone vicine all’Italia, come l’est Europa, o in paesi dalle economie emergenti: ma il rapporto qualità/prezzo che si trova in Texas è difficile da trovare altrove nel mondo. Qui arrivano aziende che chiudono a Los Angeles e a Miami e vengono ad aprire a Houston, con massima soddisfazione. Dal punto di vista della gestione di un’azienda qui si ha un basso costo della manodopera, ma molto ben retribuito è il white collar, ovvero il quadro dirigenziale di responsabilità. Di queste figure professionali c’è molta fame oggi qui, e infatti c’è una forte immigrazione di questo tipo. Questo è un altro importante aspetto nel quale il Texas risulta interessante: c’è fame di gente in gamba che ha voglia di fare, ed è molto più facile per un certo tipo di professionista che si ottenga un visto sponsorizzati da un’azienda di qui piuttosto che di altre città americane più in crisi o con un mercato di questo tipo più saturo. Inoltre se negli Usa ci sono già condizioni fiscali, amministrative e burocratiche molto più vantaggiose rispetto all’Italia, in Texas è ancora meglio: si può dedicare il giusto tempo allo sviluppo della propria azienda senza doverne perdere in vincoli e ostacoli improduttivi, pubblici o privati. Creare un’azienda qui è semplice ed economico. Per fare un esempio, il mio gruppo ha costruito uno stabilimento qui a Houston: dal momento in cui abbiamo preso la decisione al momento in cui abbiamo iniziato a lavorare nello stabilimento è passato appena un anno. Il Texas è grande quasi due volte e mezzo l’Italia ma ci vive meno della metà della popolazione che vive nel nostro Paese. C’è spazio, ci sono case belle e enormi a basso prezzo, c’è un clima meraviglioso, io non vedo nuvole da una settimana e ho 22 gradi, e siamo quasi a Natale: insomma si vive bene. Il sogno americano esiste ancora, e il Texas ne è la dimostrazione più efficace.

Il Texas fa qualcosa per promuoversi in Italia, che lei sappia?

Recentemente il governatore Perry ha creato un ufficio di promozione del Texas all’estero, e hanno iniziato a fare missioni. In Italia sono venuti in Assolombarda, quando io sono stato uno degli speaker, nel corso di un viaggio che li ha portati anche in Germania: e le dico con piacere che i texani hanno riscontrato un’accoglienza ed un interesse migliore da parte degli italiani che da parte dei tedeschi.

Il 1 dicembre si tiene a Houston l’ottava conferenza dei ricercatori italiani nel mondo. Quindi il Texas è anche un polo di ricerca di grande importanza…

La conferenza ha avuto il supporto del presidente Napolitano e il riconoscimento da parte della presidenza del Consiglio dei Ministri e dal ministero degli Esteri, e verrà qui anche l’ambasciatore italiano a Washington, Claudio Bisogniero. È sponsorizzata e organizzata dal Comites, che qui è presieduto da Vincenzo Arcobelli. Si tratta di un evento di grande importanza per un settore come quello della ricerca italiana all’estero formato da molti talentuosi giovani che stando qui imparano l’approccio americano alla ricerca, vincente perché meritocratico. Non è un caso che si tenga qui: la enorme capacità innovativa del Texas si sposa bene con la grande qualità dei ricercatori italiani. Strutture come il Texas Medical Center, alcune Università, un grande numero di industrie hi-tech o la stessa Nasa qualificano il Texas come la punta più avanzata del settore della ricerca negli Stati Uniti oggi.

Che spazio c’è per i prodotti Made in Italy in queste zone? Ci sono molti italoamericani che fanno da “ambasciatori”?

C’è molto spazio. In Italia spesso si ha una immagine del texano sempre un po’ zoticone e isolato nel suo mondo. Ma qui a Houston in centro c’è una sfilata di automobili tra le più belle del mondo, moltissime italiane, in mano a un ceto medio alto che è veramente ricco e apprezza il luxury da tutti i punti di vista. Tutti i settori del Made in Italy avrebbero ancora più mercato qui, anche perché la concorrenza è ancora molto bassa. Recentemente è venuto un gruppo di gioiellieri rimasti entusiasti dei b2b organizzati: qui ad esempio c’è una serie di centri commerciali in cui gira una quantità enorme di oggetti italiani di lusso eccezionale, ma per ora solo i grandissimi nomi. Anche nel food and beverage, il mercato è molto meno affollato delle altre grandi città americane: ad esempio qui si vende tantissimo vino, il prosecco ha un grandissimo successo. Gli italoamericani non sono tantissimi. A Houston siamo circa 1.500 e nell’intero territorio di nostra competenza arriviamo a 5.000, ma sono in posizioni alte e interessanti: dirigenti e professionisti nella sfera medica, ricercatori, imprenditori, manager, professionisti nei settori dell’information technology e dell’estrazione petrolifera. Si sta sviluppando una buona attività di logistica e di distribuzione perché il porto di Houston è il secondo negli Usa, ma viaggia a tassi di crescita impressionanti e probabilmente è destinato a diventare il primo.

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